Se.
Se solo l'avesse saputo! Se le regole del gioco fossero state ordinate in un bel manualetto rilegato ad inizio partita allora quantomeno si sarebbe potuta preparare... ma tant'è: la vita le si era spansa in volute di fumo che ben poco avevano di geometrico o manualistico che dir si voglia.
Gli ultimi mesi erano stati l'esempio migliore di come non avesse un benchè minimo senso cercare il controllo, la struttura: si vive bene e poi si vive male, e basta. La testa ragiona ed inganna, ma tanto per metterci una pezza, tanto per sancire i confini in una sterile pisciata di parole tanto pesanti quanto irreali.
Se solo l'avesse saputo!
Anni passati a cercare la congiuntura esatta della perfezione: ordine, pulizia, la vita sentita ma solo di sfuggita, poca memoria, il comando, le unghie castrate a contenere l'impazienza, il corpo vuoto, il cuore asciutto. Così doveva essere! Questa, si ripeteva, era la condanna e l'assoluzione di ogni pensiero colpevole, questa la risultante, l'orologio privato del tempo.
Poi, si sa, ogni storia ha il suo punto di svolta.
Le era presa un giorno una specie di mattanza. Credette di sentire qualcosa, una specie di morso dal fondo: una questione irrisolta, si disse. E cosa si fa delle questioni irrisolte? Ci si mette come d’estate sotto l’ombrellone con il sudoku: aggiungi uno, moltiplica per due, radice quadrata di quattro e… Passavano i giorni, passavano persino le stagioni e pile di fogli si accumulavano nella stanza che aveva tenuto sempre tanto ordinata: grafici sulle pareti, tazze di caffè svuotate velocemente, pile di libri e un milione di matite temperate fino alla radice. Si sentiva stanca, si sentiva soffocare dentro quel vaso di pandora eppure, madida di sudore, continuava a fare calcoli, a prendere appunti, a canticchiare melodie dal significato ignoto: ci sarebbe arrivata. Ci sarebbe arrivata perché il contrario di una questione irrisolta è una questione risolta: poche storie.
Il fatto è che, ad un certo punto, successe qualcos’altro (non c’è dubbio che qualcos’altro ci metta sempre lo zampino). Se ne stava, una mattina, a scartabellare come al solito quando d’improvviso cominciò a non sentirsi tanto bene: fitte tra le dita dei piedi, freddo sotto il culo, i denti che le sbattevano forsennati in bocca, gli occhi spalancati sul vuoto e la testa, fu soprattutto la testa il problema. La testa si rifiutava di continuare a contare, schematizzare, riassumere, riscrivere. Era arrivata al punto in cui il personaggio del videogioco rimane incastrato in un bug del sistema e ripete ossessivo lo stesso movimento pur non muovendosi più. Il momento in cui il coniglietto della duracell si blocca contro il muro cammina ma non va più avanti. Ora sono cazzi! Ora come minimo schiatto! Aveva pensato, e direi con non poca ragione.
Intanto quella cosa continuava il suo rintocco sul fondo. E meno si muoveva più quel rintocco si faceva assordante e fastidioso. Di che tipo di problema si trattava? Da dove veniva tutto quel disordine? Guarda che casino nella stanza! I muri erano un collage di frasi insensate. Ma era una domanda? Era poi una domanda? Cos’era se non una domanda?
Se solo l’avesse saputo!
Se solo le avessero spiegato quello che non si può spiegare, se avesse potuto scrivere su decine di post-it una metodologia analitica che non esiste, se solo fosse morta davvero privata dell’aria che in realtà le ravvivava i polmoni da mesi, se avesse visto che i crepacci e le linee e le complesse geometrie erano qualcosa di reale, se solo la sua testa ci fosse potuta arrivare adesso le cose sarebbero diverse. Adesso non soffrirebbe di un male da un milione di nomi, non avrebbe quel punto di domanda a forma di risposta nell’intestino, non sarebbe sola in quella stanza con l’aspirapolvere e il sacco della pattumiera impegnata a ripulire, eliminare. Distruggendo tutta quella cartaccia. Ansimando. Digrignandosi in smorfie insoddisfatte. Vergognandosi di aver temuto il peggio. Pensando che forse anche le verrebbe da piangere, ma non le sembra il caso.
Se solo l'avesse saputo! Se le regole del gioco fossero state ordinate in un bel manualetto rilegato ad inizio partita allora quantomeno si sarebbe potuta preparare... ma tant'è: la vita le si era spansa in volute di fumo che ben poco avevano di geometrico o manualistico che dir si voglia.
Gli ultimi mesi erano stati l'esempio migliore di come non avesse un benchè minimo senso cercare il controllo, la struttura: si vive bene e poi si vive male, e basta. La testa ragiona ed inganna, ma tanto per metterci una pezza, tanto per sancire i confini in una sterile pisciata di parole tanto pesanti quanto irreali.
Se solo l'avesse saputo!
Anni passati a cercare la congiuntura esatta della perfezione: ordine, pulizia, la vita sentita ma solo di sfuggita, poca memoria, il comando, le unghie castrate a contenere l'impazienza, il corpo vuoto, il cuore asciutto. Così doveva essere! Questa, si ripeteva, era la condanna e l'assoluzione di ogni pensiero colpevole, questa la risultante, l'orologio privato del tempo.
Poi, si sa, ogni storia ha il suo punto di svolta.
Le era presa un giorno una specie di mattanza. Credette di sentire qualcosa, una specie di morso dal fondo: una questione irrisolta, si disse. E cosa si fa delle questioni irrisolte? Ci si mette come d’estate sotto l’ombrellone con il sudoku: aggiungi uno, moltiplica per due, radice quadrata di quattro e… Passavano i giorni, passavano persino le stagioni e pile di fogli si accumulavano nella stanza che aveva tenuto sempre tanto ordinata: grafici sulle pareti, tazze di caffè svuotate velocemente, pile di libri e un milione di matite temperate fino alla radice. Si sentiva stanca, si sentiva soffocare dentro quel vaso di pandora eppure, madida di sudore, continuava a fare calcoli, a prendere appunti, a canticchiare melodie dal significato ignoto: ci sarebbe arrivata. Ci sarebbe arrivata perché il contrario di una questione irrisolta è una questione risolta: poche storie.
Il fatto è che, ad un certo punto, successe qualcos’altro (non c’è dubbio che qualcos’altro ci metta sempre lo zampino). Se ne stava, una mattina, a scartabellare come al solito quando d’improvviso cominciò a non sentirsi tanto bene: fitte tra le dita dei piedi, freddo sotto il culo, i denti che le sbattevano forsennati in bocca, gli occhi spalancati sul vuoto e la testa, fu soprattutto la testa il problema. La testa si rifiutava di continuare a contare, schematizzare, riassumere, riscrivere. Era arrivata al punto in cui il personaggio del videogioco rimane incastrato in un bug del sistema e ripete ossessivo lo stesso movimento pur non muovendosi più. Il momento in cui il coniglietto della duracell si blocca contro il muro cammina ma non va più avanti. Ora sono cazzi! Ora come minimo schiatto! Aveva pensato, e direi con non poca ragione.
Intanto quella cosa continuava il suo rintocco sul fondo. E meno si muoveva più quel rintocco si faceva assordante e fastidioso. Di che tipo di problema si trattava? Da dove veniva tutto quel disordine? Guarda che casino nella stanza! I muri erano un collage di frasi insensate. Ma era una domanda? Era poi una domanda? Cos’era se non una domanda?
Se solo l’avesse saputo!
Se solo le avessero spiegato quello che non si può spiegare, se avesse potuto scrivere su decine di post-it una metodologia analitica che non esiste, se solo fosse morta davvero privata dell’aria che in realtà le ravvivava i polmoni da mesi, se avesse visto che i crepacci e le linee e le complesse geometrie erano qualcosa di reale, se solo la sua testa ci fosse potuta arrivare adesso le cose sarebbero diverse. Adesso non soffrirebbe di un male da un milione di nomi, non avrebbe quel punto di domanda a forma di risposta nell’intestino, non sarebbe sola in quella stanza con l’aspirapolvere e il sacco della pattumiera impegnata a ripulire, eliminare. Distruggendo tutta quella cartaccia. Ansimando. Digrignandosi in smorfie insoddisfatte. Vergognandosi di aver temuto il peggio. Pensando che forse anche le verrebbe da piangere, ma non le sembra il caso.
